La metafora di Internet

 

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“Il freddo universo della digitalità ha assorbito il mondo della metafora e della metonimia” [1]
J. Baudrillard, Simulations, 1986

Per chiarire il rapporto tra Internet e la metafora, ovvero in particolare della metafora di Internet in rapporto a nuovi modelli di organizzazione politica, ed in particolare del rapporto produttivo tra le reciproche identità, vale la pena di prendere spunto dall’analisi che Marianne van den Boomen [2] dell’«Institute for Media And Re/Presentation» dell’Università di Utrecht ha operato di un articolo di Naomi Klein, “The Vision Thing” [3], scritto in occasione di una conferenza organizzata dalla fondazione per “Ethics and Meaning”.


 

Lo scopo della conferenza era quello di dare vita ad un movimento unificato per promuovere il cambiamento in senso olistico, sociale, economico ed economico. Nell’articolo, parlando di questo movimento anti-globalizzazione ed anticorporate, Klein mette in luce come in effetti il movimento non sia riunito attorno ad un partito politico o da una struttura nazionale o internazionale con un ufficio centrale, con elezioni annuali e cellule subordinate e locali, ma come, in realtà, esso sia modellato dalle idee di organizzatori individuali e intellettuali ma non si riferisca ad essi come ai propri leader. La presunta, da taluni denunciata, disorganizzazione e la mancanza di una chiara distinzione tra leadership e followers tra gli aderenti, rappresenta, secondo Klein una carenza esclusivamente agli occhi di coloro che cercano di vedere nel movimento odierno una replica dei movimenti di protesta degli anni sessanta: la «vecchia guardia» definirebbe questa generazione di attivisti, svezzati da MTV (MTV-weaned): sparpagliato, non lineare, non focalizzato.

Klein, al contrario propone una differtente prospettiva: forse i manifestanti di Seattle e Washington appaiono senza uno scopo perchè non sono i dimostranti di un movimento unitario, ma piuttosto sono il prodotto della convergenza di molteplici movimenti minori, ognuno dei quali è portatore di una visione che si riferisce ad un ambito problematico specifico come ad esempio il comportamento delle multinazionali, o di una particolare industria, o della situazione del mercato agricolo, o si dedica alla promozione di iniziative di commercio, sul modello della “Free Trade Areas of the Americas”: questi movimenti minori sono parti di una grande causa e condividono la credenza fondamentale che i problemi più disparati con cui si confrontano possano derivare da una deregolamentazione a livello globale.

La Klein percepisce come sia fungente in esso un consenso emergente sulla tesi che la costruzione di un potere decisionale basato sulla comunità sarebbe essenziale per contenere la potenza delle corporations multinazionali, ed al fine di enfatizzare questi elementi come un modello legittimo e percorribile di organizzazione politica Klein lo pone in analogia con Internet: le campagne convergenti, ma non coalizzzate, con le parole di Klein, sono “intricatamente e fortemente legati le une alle altre, come gli «hotlinks» connettono i loro websites su Internet”[4].

L’analogia è molto più di una coincidenza ed in effetti rappresenta la chiave per comprendere i cambiamenti della natura dell’organizzazione politica. Pur se molti hanno osservato che le recenti proteste di massa sarebbero state impossibili senza Internet, ciò che è stato sorvolato è quanto la communication technology, che facilita queste campagne, stia modellando la sua stessa immagine del movimento. Grazie alla rete le mobilitazioni sono in grado di coagularsi pur potendo contare su una burocrazia rarefatta ed una minima gerarchia; il consenso forzoso e i manifesti elaborati stanno scomparendo sullo sfondo, sostituiti da una cultura del costante, pur se scarsamente strutturato e spesso compulsivo, scambio di informazioni. Ciò che emerge dalle strade di Seattle e Washington è un modello si attivismo che rispecchia, nelle parole di Klein, i “percorsi organici, decentralizzati e interconnessi di Internet – Internet viene alla vita”. Il tentativo di metaforizzazione di Klein può essere compreso nei termini della «teoria cognitiva» della metafora: in questa concezione la metafora viene definita come la comprensione di un dominio nei termini di un altro dominio concettuale intendendo quest’ultimo come qualsiasi organizzazione coerente, cognitiva o estetica, dell’esperienza [5]. La metafora dunque si delinea come un transfer parziale da un source domain, ovvero il dominio concettuale da cui traiamo gli elementi della comprensione, a un target domain, il dominio che cerchiamo di comprendere, di significare, di comunicare.

Le origini etimologiche greche della parola metafora derivano da meta, che sta a indicare appunto “dopo, sopra, attraverso” (ma, è il caso di ricordarlo, anche “cambiato”), e pherein “portare, trasportare”. In greco moderno la parola metafora significa anche “che trasporta” o letteralmente “si trasferisce”. Non a caso i bus ad Atene sono chiamati metaphorai, dato che essi sono veicoli che trasferiscono da un posto a un altro. Cosìcché siano essi bus, parole o icone visive, le metafore sono mezzi di trasferimento. Non necessariamente trasferimento di significato; esse possono anche indicare il trasferimento di una cosa, di un atto, di un messaggio, del vostro sé o di una storia. Con le parole di Michel de Certeau: “Nella Atene moderna i veicoli di trasporto di massa sono chiamati metaphorai. Per recarsi al lavoro o per rientrare a casa, una persona prende un «metaphor» – un bus o un treno. Le storie possono persino prendere questo nobile nome: ogni giorno, esse attrversano e organizzano luoghi; li selezionano e collegano tra loro; traggono da essi affermazioni e itinerari. Esse sono traiettorie spaziali” [6]. Le metafore avrebbero, dunque, una direzione dalla sorgente alla meta, dal concreto e familiare all’astratto ed estraneo: “Tendiamo a strutturare i termini meno concreti ed essenzialmente più vaghi nei termini di concetti più concreti, più chiaramente delineati nella nostra esperienza” [7]. Il target domain, il plesso concettuale che deve essere significato con alcuni significanti desunti dal source domain, abbisogna di un aiuto concettuale proveniente da un altro dominio, e, dunque, precisamente a causa del suo stato di indeterminazione [8].

Nel caso di Klein il target domain della metafora è la nozione della “mutante natura dell’organizzazione politica”. Questa astrazione è negativamente caratterizzata, specie se comparata con strutture più vecchie dell’organizzazione politica, dalla carenza di una chiara distinzione tra la leadership e i followers: la nuova struttura dell’organizzazione consiste di campagne disparate e la struttura generale che ne risulta è sparpagliata, non lineare, senza focus. Nonostante questa dispersione nel movimento è riscontrabile anche una sensibile convergenza, una fondamentale credenza condivisa ed un largo consenso emergente: la struttura ibrida di dispersione e convergenza emerge dalla considerazione che le campagne di protesta sono tra loro intricatamente e fortemente connesse tra loro. Seguendo la metafora di Klein verso il suo source domain risulta che esso sia come Internet in quanto caratterizzato dalla presenza di websites, hotlinks and connections: questi tre elementi rappresentano la nozione astratta dall’ibrido di dispersione e convergenza. Questa rappresentazione funziona nella misura in cui abbiamo in qualche modo familiarizzato con la non unitaria unità di Internet: facciamo esperienza di Internet come un complesso di links, siti e connessioni e la pur debole giustapposizione di questi termini è più che sufficente per non richiederci una chiara descrizione delle esatte relazioni tra i termini. Klein asserisce soltanto che le campagne anticorporate sono “intricatamente e fortemente legati le une alle altre, come gli «hotlinks» connettono i loro websites su Internet”. Analizzando la frase più in profondità Marianne van den Boomen [9] fa notare qualcosa di interessante a proposito degli hotlinks. Hotlinks è il soggetto della frase, ma noi sappiamo dalla nostra esperienza che gli hotlinks non sono gli agenti che connettono i siti alla rete: organizzazioni, compagnie e gente comune sono coloro che collocano i loro siti sulla rete, che creano links che si riferiscono ad altre webpages e, in caso di successo, un link diventa un hot-link, attirando milioni di visitatori per i quali il link diventa un punto di passaggio in cui convergono i contatti. Nella prospettiva del source domain gli hotlinks sono così l’effetto o il prodotto del successo su Internet e non gli agenti o i soggetti che creano e connettono i siti: nella frase di Klein in ogni modo gli hotlinks appaiono sia come soggetti che come oggetti dell’atto del connettere.

Questo impercettibile spostamento/condensazione di causa e di effetto, di soggetto e di oggetto, crea una confusa metafora nella metafora: il concetto di hotlink inteso a significare il source domain ha già alcune caratteristiche del target domain a cui si riferisce implicate in esso. Nonostante i tre elementi – hotlinks, websites e connections – qualsiasi siano le relazioni che intercorrono tra essi, rappresentino già un ibrido di dispersione e convergenza, Klein va oltre creando un’associazione ancora più forte tra il source domain di Internet e il target domain delle nuove forme dell’organizzazione politica affermando che l’analogia è più che incidentale e ciò sembra implicare che sia più di una semplice analogia: Internet è non solo uno strumento per favorire le campagne, ma “sta anche modellando il movimento nella sua stessa immagine” [10]. Un ulteriore, apparentemente insignificante spostamento – da Internet come strumento neutro verso Internet come una struttura modellante – nel quale queste due connotazioni vengono fuse insieme con la medesima sottesa direzione del precedente movimento di spostamento/condensazione che si riferiva agli hotlinks, e questa operazione mette in moto una nuova catena di metafore e metonimie. Quando infatti successivamente Klein parla di seguito di “burocrazia sparsa e minima gerarchia” [11] si sta in realtà riferendo alla rete o al movimento anticorporate? Probabilmente ad entrambi: se la frase “nella sua stessa immagine” si riferisce all’immagine di Internet, la frase significa che l’immagine di Internet modella il movimento, suggerendo che Internet presta la propria immagine al movimento; diversamente se la frase “nella sua stessa immagine” si riferisce al movimento allora significa che Internet modella l’immagine che il movimento ha di sé: qualsiasi sia il riferimento della frase il source domain e il target domain sono completamente mescolati in una oscillante catena metaforico-metonomica di significanti, immagini significanti e forme le cui origini permangono indeterminate.

In particolare l’ultima affermazione della Klein riformula una catena metonimica in una chiara metafora, una metafora nel classico senso dello specchio: il movimento anticorporate “rispecchia i percorsi organici, decentralizzati e interconnessi di Internet – Internet viene alla vita” [12]. L’ultima frase sembra riassumere il pensiero precedente, ma crea sottilmente un surplus non solo nel target domain ma anche nel source domain: non solo il movimento può essere inteso negli stessi termini della rete, riflettendone l’immagine e la forma, ma inoltre lo stesso Internet è stata trasformato: apparentemente era morto ed ora è tornato in vita. Lo strumento è divenuto uno specchio e lo specchio conseguentemente una specie di machina modellante; o forse al contrario Internet è venuta alla vita perchè il movimento le ha fornito la propria forma vitale e immagine: Internet e il movimento, ovunque si situi lo specchio, hanno cambiato l’immagine l’uno dell’altra.

La concezione delle metafora dunque, che appare più chiaramente in veste di attore in un network di produzione di significati, deriva dalla «teoria cognitiva» di Lakoff e Johnson ed in accordo con essa va rigettata la concezione di metafora basata su una nozione oggettivistica di similitudini e analogie preesistenti. La cosiddetta teoria dello specchio intende la metafora come un linguaggio più o meno figurato, e più o meno riflettente/distorcente la realtà. La metafora, in realtà, come illustrato dall’illuminante esempio fornito da Klein, rappresenta sempre qualcosa in più di una analogia riflettente e sempre di più di un elemento del linguaggio: la metafora è un atto di discorso, se non addirittura un attore del discorso. In altre parole le metafore sono produttive di analogie, di similitudini, di modi di vedere pensare ed agire, in una parola di realtà: “La metafora è primariamente una questione di pensiero e di azione e solo derivatamente una questione di linguaggio” [13] ed è da aggiungere che le metafore possono essere persino “profezie che si autoadempiono” [14]. Hayles introduce a questo proposito il concetto di «metafora materiale», l’istanza di metafora dove il trasferimento di significato o di azione non ha luogo fra parole o concetti, ma fra segni e manufatti fisici, tra simboli e apparati materiali. La metafora materiale crea così un collegamento dinamico fra un simbolo o un segno, o, più correttamente, una rete di simboli/segni e un manufatto materiale [15]. Perciò, una metafora materiale non produce esclusivamente attraverso la significazione, ma è in grado attivare trasformazioni nel mondo materiale. Una metafora materiale può agire in qualsiasi modalità, testuale, visiva, acustica, performativa e può situarsi in qualsiasi supporto o dispositivo sia come un’operazione semiotica che come un collegamento operativo tra un segno e un evento fisico.

La crescente proliferazione in corso di transmediazioni, prodotta dall’interconnettività e dall’iterabilità di elettricità e di digitalità, risulta sempre costituita più da ibridi di materiale e semiotico, tecnico e sociale, come reti di amicizia, comunità in linea, società virtuali e altre organizzazioni disperse ma con fondamento nei database della rete. Questo può essere visto come attivato dal lavoro produttivo di metafore materiali. In questa situazione, quando gli strumenti materiali diventano sempre più sistemi di segno e i sistemi di segno diventano sempre più strumenti, non si tratta esclusivamente di trasferimento di messaggi: trasferendo messaggi ne risulta trasformato il mondo, il nostro ambiente e così, alla fine, noi stessi come soggetti.

Tornando all’articolo di Klein, dall’analisi della produzione metaforica appare evidente come le stesse nozioni di target e source domain appariranno dissolte una volta che la metafora di Internet venga utilizzata per denotare il cambiamento nell’organizzazione politica e ciò mostra come non debba essere affatto necessario che il source domain debba essere più concreto del target domain: non c’è in effetti alcun modo per stabilire se il concetto di Internet sia più concreto, meno vago e maggiormente radicato nella nostra esperienza quotidiana rispetto al concetto di organizzazione politica. Inoltre in altre occorrenze del lavorio metaforico Internet viene inserito nel vago target domain per essere saturato con metafore tratte da un source domain più familiare per acquisire la sua forma: ad esempio a metà anni novanta metafore spaziali come electronic highways e cyberspace [16] erano domininanti nel discorso sulla rete mentre ora sono state sostituite da metafore organiche come global brain e selforganising biosistema [17]. Diviene così possibile anche ipotizzare una inversa direzione della metafora di Klein, ovvero il movimento anticorporate come metafora dell’intricata dinamica di Internet.

A partire da queste considerazioni sono possibili due differenti opzioni: secondo la prima, mantenendo una rigida distinzione tra un source domain concreto e stabile ed un target domain vago ed instabile, possiamo concludere che Internet, come source domain sia ora giunto ad essere sufficientemente familiare e concettualizzato da fornire un supporto significante per intendere fenomeni meno familiari: questo non solo significherebbe che Klein avrebbe operato uno spostamento epocale nella storia delle concezioni di Internet, essendo stata la prima ad utilizzare Internet come metafora, ma altresì implicherebbe che chiunque utilizzasse un altro dominio per significare Internet attraverso una metafora si mostrerebbe in patente ritardo rispetto allo stato dell’arte sulla conoscenza della rete. Appare più sensato, dunque, abbandonare la concezione ristretta di stabilità e concretezza e decidere che ogni stabile o instabile, concreto o rarefatto dominio può funzionare come suorce domain: in questo caso la stabilità del source domain è da intendersi come tale solo in relazione ad un target domain maggiormente instabile: qualsiasi cosa può funzionare se temporaneamente fissato come un source domain stabile. La direzione della metafora non è determinata dai due domini, al contrario sono i domini stessi ad essere determinati dalla direzione della metafora: la metafore non migrano da un dominio stabile ad uno mobile, ma oscillando costruiscono, ricostruiscono e decostruiscono i rispettivi dominii. Nel testo di Klein questa oscillazione risulta chiaramente visibile: a prima vista la metafora di Internet significa l’organizzazione politica del movimento anticorporate, ma facendo questa associazione la metafora rappresenta e ricostruisce Internet in un modo specifico. Nell’articolo Klein non si riferisce mai direttamente a Internet o alle sue caratteristiche: Internet è co-costruita a volo d’uccello nella catena metaforico-metonimica della burocrazia dispersa, della minima gerarchia e dell’estinzione del consenso forzoso e dei manifetsi elaborati e dello scambio di informazioni scarsamente strutturato e spesso compulsivo.

Questa ri-rappresentazione [18] contribuisce ancora più fortemente a creare un’immagine di Internet rispetto ad una metafora che sia intenzionalmente designata a riferirsi a Internet: ciò che Klein sta ri-rappresentando è un Internet come un network anarchico, non burocratico, non gerarchico che contagia i propri utenti con le medesime caratteristiche. Questa attestazione potrebbe suonare familiare, ma non rappresenta, in realtà, nient’altro che un salto all’indietro nei primi anni novanta, quando le prospettive degli anarchici utopisti e le dichiarazioni di indipendenza erano dominanti nel discorso su Internet. In questo senso va ricordato che Klein scrisse il proprio intervento nel estate del 2000, due mesi dopo l’implosione dell’impero dot com: solo sei mesi prima sarebbe stato molto meno appropriato usare Internet come una metafora del movimento anticorporate. A quel tempo Internet era dominata dal capitalismo speculativo, dall’isterismo delle offerte pubbliche di acquisto e da schemi di arricchimento facile: Internet in quel senso era morta per il movimento anticorporate poichè rappresentava, nei fatti, lo specchio vitale per un altro dominio, quello del mercato libero e delle sue escrescenze. Solo nel luglio 2000 Internet torna ad essere un suolo sicuro per l’associazione del movimento antiglobalizzazione. Internet è cambiata sotto il gravame dell’era dot com, pur conservando elementi della minima gerarchia e questo consente agli utenti di dare vita al movimento. La descrizione negativa di no leaders, no followers si è trasformata in quella della minima gerarchia e dell’assenza di consenso forzoso che può essere produttiva e vitale proprio come Internet da cui trae le proprie dinamiche. Il circolo sembra essere chiuso una volta che Internet venga rappresentata come un network piatto e non gerarchico, con il potere di trasporre le proprie caratteristiche ad altri domini.

Ma non c’è solo la rappresentazione esiste anche la de-presentazione: Lakoff e Johnson [19] mettono in luce come ogni metafora non solo sottolinei alcuni prospettive specifiche del source domain e del target domain, ma ne celi altre usando solo alcuni elementi del source domain. Alcune porzioni dei relativi domini rimangono inutilizzate nel trasferimento metaforico, alcune parti sono evidenziate, altre sono sottaciute la corrispondenza metaforica tra source domain e target domain è sempre solo parziale. Il source domain di Internet è costituito da migliaia di enti umani e non, tecnici e sociali – fornitori di accesso, interfacce, schermi, tastiere, cavi, firewalls, hackers, virus, flussi di dati, governi, domini registrati, routers, interuttori, etc. Per rimanere nelle vicinanze dei concetti primari di Klein – hotlinks, connessioni e websites – è da evidenziare come nell’articolo si salti imemdiatamente da questa congerie al target domain, ritrovandone gli equivalenti sociali nell’organizzazione politica.

Internet si sostanzia certamente di apparecchiature fisiche (computer, modem, routers, interruttori, etc.) e canali fisici di connnessione (cablate, satellitari, wireless, telefoniche), ma mettere insieme tutto questo congerie fisica non è sufficente: per far funzionare tutto questo meta-fisicamente sono necessari protocolli, che sono accordi scolpiti nel software che regolano i flussi di dati lungo i canali da e per le apparecchiature. Internet appare, infatti, primariamente strutturato da una serie di protocolli gerarchizzati a vari livelli. Il protocollo base è il TCP-IP, formato rispettivamente dal trasmission control protocol, per creare, trasmettere e controllare piccoli pacchetti di dati e dall’Internet protocol per assicurare che questi dati vengano correttamente riassemblati alla destinazione prefissata che può essere qualsiasi apparecchiatura avente il proprio unico IP. Il protocollo TCP-IP può essere visto come un protocollo autenticamente piatto, non gerarchico in quanto si rivolge a qualsiasi hardware capace di inviare e ricevere, configurato con un protocollo TCP-IP nello stesso modo orizzontale bidirezionale; non importa quale sia la periferica, se si tratta di un Mac o di un pc, oppure di una grande apparecchiatura di un Internet service porivider o di un portatile a casa: nella misura in cui si collegano attraverso un architettura TCP -IP possono mutualmente scambiarsi dati. Il protocollo TCP-IP si potrebbe dire sia abbastanza «tonto»: non sa e non è interessato a saper che tipi di dati vengono inviati,

attraverso di esso li si assembla in piccoli pacchetti ne vengono contrassegnate origine, destinazione, indentificazione, dimensioni, etc. e li si invia alla periferica più vicina che li manda «tontamente» più lontano; i pacchetti viaggiano su differenti percorsi su Internet a seconda dei canali e delle larghezza della banda ma alla fine del loro percorso verranno riassemblati al punto di destinazione. Con le parole del manuale si potrebbe dire che l’IP usa un modello anarchico e altamente distribuito nel quale ogni periferica è un peer di ogni altro nella rete globale. Ma il protocollo TCP-IP non è più sufficiente a spiegare ciò che oggi si può fare in rete: non trasmettiamo più dati a due periferiche di cui conosciamo a memoria l’IP come ai suoi albori negli anni sessanta, ma siamo bensì connessi a milioni di periferiche, inviamo dati di molti differenti formati – mail, istant messages, pagine web, file mp3 e così via.

Si rendono dunque necessari altri protocolli per differenziare all’interno di questi diversi formati i dati affinchè siano processati e trasferiti conformemente. Ad esempio l’hyper text transfer protocol (HTTP) per le pagine web, simple mail transfer protocol (SMTP) per le mail, file transfer protocol per mettere files su un altro computer, il domain name system (DNS) per tradurre nomi di domini leggibili dagli esseri umani in numeri IP leggibili dalle macchine e così via. Questi protocolli non sono anarchici e non-gerarchici come il TCP-IP, non lavorano orizzontalmente e bidirezionalmente con periferiche come peers uguali: ad esempio alcune periferiche sono configurate come client altre come server. Questa architettura client-server è dominante su Internet tanto che vi è possibile ritrovare web servers e web clients, mail servers e mail clients, ftp-servers e ftp-clients. Gli Internet service proividers forniscono i loro servizi utilizzando ogni tipo di server: web severs con le directories e i files dei loro clients, mail servers per maneggiare la posta in arrivo e in uscita dei loro clients. Da notare come la parola client assuma un doppio significato: sono clients sia le persone che pagano una sottoscrizione per i loro account su internet, ma esse stesse usano i cosiddetti client (programmi applicativi) per svolgere le loro attività nella rete: mail clients come Outlook o Eudora, web clients come Explorer o Netscape. Si ritrova qui la stessa condensazione soggetto-oggetto che la Kein aveva consapevolmente o meno surrettiziamente sollevato per gli hotlinks: gli utenti sono ciò che usano. Tecnicamente le connessioni Internet sono costituite da protocolli gerarchizzati mentre il protocollo principale è strutturalmente non gerarchico e peer to peer (server e client allo stesso tempo) altri protocolli imposti dall’alto sono gerarchici nella loro architettura client- server.

Molti protocolli Internet sono basati su questa divisione materiale tra client e server, divisione materiale nel senso che se necessitiamo di una teoria materialista della metafora allora abbiamo bisogno di una teoria materialista del software: l’architettutra configurazionale della divisione tra server e client è una divisione materiale del lavoro che implica asimmetrica divisione del potere e del controllo: apparentemente il client su Internet ha molta libertà e capacità di riconfigurazione, più di quanto ne abbia un cliente nella vita reale, ma allo stesso tempo sottostà al potere e al controllo del server configurato dal provider che a sua volta sottostà a leggi, politica ed economia nazionali e internazionali.

Da quanto emerso Internet non si delinea come un network del tutto non gerarchico se analizzando la parte contenuta nella black box tecnico-infrastrutturale del source domain possiamo comprendere qualcosa del target domain trasponendolo e seguendo i concetti nella catena metaforico-metonimica: le antiche forma di potere e controllo sono ancora all’opera anche se in una forma irriconoscibile; la burocrazia si è trasformata in infrastruttura protocollare e la gerarchia si è traslata nell’architettura server-client. L’introdursi strisciante di metafore biologiche solleva una serie di nuove questioni: Internet è visto comunemente come una struttura decentralizzata perchè non esiste in effetti un quartier generale di comando e controllo, ma il trasferimento della decentralizzazione al target domain di «no leaders, no followers» con l’implicita assunzione di una minima gerarchia e di una radicale democrazia ed equità non può essere attuata senza de- presentare alcuni principi basilari della struttura del network: sebbene Intenet possa essere concettualizzato come decentralizzato, una tipologia di network decentralizzato non significa la fine del potere, del controllo e della gerarchia, significa che in luogo di un solo centro di controllo si riscontrano numerosi sottocentri che si manifestano come numerosi livelli di configurazioni client-sever. La nozione di network centralizzato come icona di assenza di gerarchia, uguaglianza e libertà è piuttosto comune e può essere liquidata come una forma naïf di utopismo romantico, ma sarebbe troppo semplicistico. Comparata con altre possibili concezioni metaforiche dell’organizzazione regolazione del potere come la piramide gerarchica, il panopticon centralizzato, o il modello deterministico marxiano di base, struttura e sovrastruttura, o il castello burocratico di Kafka, il network decentralizzato fornisce maggiore libertà, spazio, opportunità di aggirare ostacoli e trovare possibili alleati.

Come fa notare Galloway [20] il concetto di network è diventato sinonimo di connettività, collettività e partecipazione: nozioni di democrazia naturale e costruzione livellata non sono distanti in questa condensazione metaforica, pur se in realtà i network si danno in differenti formazioni, centralizzati e non ed inoltre un network decentralizzato non deve essere necessariamente livellato e democratico. L’analisi di Galloway mostra questa distinzione nella proposta di periodizzazione storica e sociale del potere basata su diagrammi, secondo la terminologia dell’autore: 1) centralizzata, ovvero la società sovrana del XVIII secolo, gerarchica ed associata a macchine meccaniche; 2) decentralizzata, ovvero la società del XIX secolo, disciplinare, burocratica, associata a macchine termodinamiche; ed infine 3) distribuita, ovvero la società del XX secolo, protocollare, del controllo, associata a macchine cibernetiche. L’analisi di Galloway si mostra estremamente utile per decostruire la nozione romantica di decentramento o distribuzione nella misura in cui mette in evidenza come il potere eserciti anche nella società contemporanea le proprie prerogative. Ma pur se Galloway non intende delineare in alcun modo una sorta di progresso nella direzione di una sempre maggiore libertà, il sistena attuale, in realtà, secondo l’autore, fa lievitare diffusamente potere e controllo. Secondo Van Den Boomen questa schematizzazione a causa del rifiuto dell’autore di concepire la metafora seriamente, ovvero letteralmente e materialmente nella propria oscillazione tra il source domain e il target domain, risulta eccessivamente monolitica e metonimicamente chiusa. In particolare secondo l’autrice olandese ogni periodizzazione integra indebitamente i tempi omogeneizzandoli in totale unità de-presentando gli ibridi di network centralizzati, decentralizzati e distribuiti. I sistemi distribuititi vengono facilmente confusi con i sistemi decentralizzati: un sistema distribuito è un sistema che opera con ogni sorta di parti distribuite e riassemblate che insieme concorrono a rendere possibile una funzione. La distributività non implica necessariamemnte nulla riguardo la centralizzazione e la decentralizzazione: le parti possono essere clients o servers o ID di server e client per tradurre i nomi dei siti web richiesti in numeri IP maneggiabili il database distribuito del DNS è coinvolto e per trasformare e trasmettere le pagine web in piccoli paccchetti TCP- IP. Non solo a causa della divisione di lavoro citata precedente tra web client e web

server, ma anche al livello delle webpages stesse. Abbastanza comunemente accade che una webpage sullo schermo sia il risultato di un bricolage di varie parti, per esempio risulta composta dal testo, dalle immagini, dai banner e dai database, ognuno recuperato da un computer diverso, talvolta distanti continenti. C’è più distribuzione continua nei livelli più profondi del web: per tradurre i nomi dei websites in numeri IP gestibili dal sistema è coinvolto il database distribuito del DNS e per trasformare e trasmettere le webpages in piccoli datapackets viene coinvolto il TCP/IP distribuito. Cosicché un sistema distribuito è un sistema che funziona con tutti i generi di parti distribuite e raccolte, quali insieme rendono possibile una funzione.

Per riprendere la metafora della Klein possono essere leader seguaci o entrambi o nessuno dei due come agenti autonomi. Per esemplificare possiamo fare riferimento alla panoramica delle topologie di network distribuiti delineata da Nelson Minar [21]: a) Centralizzata: è la forma più familiare di topologia, tipicamente riscontrabile nella suddivisione client-server utilizzata dai database e dai webservers. tutte le funzioni e le informazioni sono centralizzate in un server con molti client connessi direttamente al server centrale per inviare e ricevere informazioni. b) Anello: quando un singolo server centralizzato non può gestire troppi client contemporaneamente, una soluzione diffusa consiste nell’aggregare servers sino a formare un anelllo. I nodi agiscono come un singolo server e assolvono le medesime funzioni ma hanno la possibilità di ripartire tra loro il carico di lavoro. c) Gerarchica: sono spesso misconosciuti in quanto forma distinta di topologia di sistemi distribuiti, nonostante vantino una lunga storia in Internet. Il sistema gerarchico più conosciuto è il domain name system, nel quale l’autorizzazione scorre dal name-server alla base sino al name-server di livello superiore e poi successivamente al livello inferiore e così via. d) Decentralizzata: la versione più pura di sistema decentralizzato consiste di peers comunicanti simmetricamente con ruoli uguali, eventualmente alternandosi nel ruolo di cleent e server, come ad esempio il protocollo TCP-IP.

Nella pratica molti sistemi decentralizzati sono connessioni multiple di network localmente centralizzati. In una visione di scala Internet appare decentralizzato dall’alto, ma se si riduce la scansione compaiono topologie client-server localmente centralizzate in coincidenza dei differenti nodi. I sistemi distribuiti hanno spesso un’organizzazione più complessa di una topologia semplice. Sempre Minar [22] mostra ibridi di topologie centralizzato/anello e centralizzato/decentralizzato, entrambe abbastanza diffuse su Internet. Possiamo concludere che Internet, visualizzato da qualsiasi scala, è strutturato da una topologia ibrida: formato da numerosi livelli di topologie distribuite, centralizzate, decentralizzate, gerarchiche e non gerarchiche, tra le quali la maggiormente diffusa è la topologia client-server centralizzata/decentralizzata. Così, all’interno del source domain anche il totem sacro della decentralizzazione può essere desantificato e decostruito.

Un ulteriore elemento di analisi in questo senso è la diffusione dei sistemi di condivisione files, i cosiddetti peer-to-peer: la principale tipicità di questi sistemi consiste nella disclocazione dei files, i quali non sono memorizzati in un qualche server di un fornitore di servizi Internet o di una società, ma nei personal computer di utenti generici, i peers, appunto. Negli ultimi anni questa nuova tipologia di applicazioni Internet si è sviluppata e diffusa e infatti sembra che questo livello possa corrispondere aderentemente alla topologia decentralizzata e distribuita. Mentre all’origine Napster, ad esempio, rappresentava ancora un ibrido tra le topologie centralizzata e decentralizzata, in quanto la condivisione di file era decentralizzata, ma l’indice di ricerca era allocato su un server centrale – e da ciò dipese la situazione per cui Napster potè essere localizzato e colpito con azioni legali per la violazione di copyright – i programmi di condivisione di file successivi come Gnutella o Kazaa, hanno abbandonato completamente l’adozione di un server centrale. Questo genere di topologia, una rete peer-to-peer distribuita e decentralizzata, senza server centrale e così senza entità responsabile, è in pratica resistente ad azioni legali e politiche [23].

Senza il solito rinforzo delle imposizione politiche e legali questo ha significato una notevole perdita per l’industria della musica; discesa delle vendite causate dalle violazioni del copyright e dalla gratuita condivisione da parte di milioni di utenti senza che vi sia alcuna società o alcun progettista software a cui indirizzare una causa legale. Alcuni critici indicano che queste applicazioni non sono nuove, che essi sono infatti un modo di ritornare alle origini, alla struttura peer-to-peer di Internet prima che sorgesse il modello client-server. Da rilevare in realtà come qualche differenza topologica fondamentale fra la vecchia topologia originale di Internet e i nuovi peer-to-peer network ci sia. Ciò che di solito viene de-presentato, nelle descrizioni correnti della condivisione di file peer-to-peer, è la condizione per la quale ogni peer, in effetti, non scarica direttamente dagli altri peers dal momento che non c’è alcun canale diretto di trasmissione tra due personal computer tra peers su Internet: l’immissione dei file deve passare sempre dai servers dei relativi providers. Secondo questo rispetto queste topologie correnti non somigliano al peer-to- peer diretto dei giorni antichi di Internet: questo nuovo peer-to-peer è uno strato parassitario che lussureggia sulla topologia già esistente di Internet. Nell’utilizzo della parola «parassita» non vi è alcuna condanna morale: i parassiti possono essere molto utili, produttivi e innovativi. Da rimarcare come la metafora del parassita possieda diversi significati doppi. La condivisione peer-to-peer di file è non solo parassitaria nei confronti della topologia centralizzata/decentralizzata di Internet, ma anche per il suo contenuto parassiticamente dipendente dall’esistente industria musicale e dell’entertainment.

Mentre il peer-to-peer parassitario produce una certa associazione ad un contropotere sovversivo ed una cultura undergruond, è altresì indotto da conclamato consumismo, trattandosi in ultima analisi esclusivamente di clients in cerca del prezzo più basso: il peer- to-peer è parassitario così come lo sono i suoi utenti. Da osservate che il concetto di parassita ha la stessa struttura doppia notata nel concetto di «client»: si è ciò che si usa, gli strumenti diventano specchi. Ancora una volta, ci troviamo nelle vicinanze di un concetto nel quale tecnico e sociale, strumento e agenzia, causa ed effetto, soggetto ed oggetto si trovano mescolati completamente e ibridati una oscillante catena metaforico/metonimica di significanti. Riassumendo il source domain tecnico di Internet appare strutturato secondo una topologia ibrida di strutture centralizzate e decentralizzate, gerarchiche e non gerarchiche, attualmente estese a co-configurazioni o persino contra- configurazioni parassitarie e queste topologie di rete ibride forniscono terra fertile per queste creature parassitarie, che nascono nelle maglie della rete.

Da questa analisi materiale della metafora del source domain in riferimento alla metafora di Naomi Klein sulla natura mutante dell’organizzazione politica emergono, dunque, ulteriori corrispondenze possibili. Ad esempio il movimento anticorporate non ha alcun «quartier generale», né elezioni annuali, ma nonostante ciò esso ricava la propria tendenza alla convergenza da alcune nascoste centralizzazioni locali o da strutture gerarchiche, come accade per Internet. Non è improbabile ipotizzare che il movimento anti-globalizzazione in generale abbia la stessa topologia ibrida della rete. In tal senso diviene probabilmente possibile individuare specifici sistemi distribuiti di client e server nel movimento, ovvero corrispondenti agli strati old fashoned di connessione diretta peer-to-peer in rete. Diviene in tal modo possibile pensare in termini di strutture parassitarie che incrostano il mainstream della globalizzazione, del capitalismo e delle corporation e contemporaneamente lo decostruiscano dall’interno. Sembra che lo strumento euristico della doppia struttura parassitaria del peer-to-peer si riveli particolarmente promettente per intendere la nuova configurazione dell’organizzazione politica, con, da un lato, il suo sapore di resistenza e di contro-potere sovversivi e, dall’altro lato, la celebrazione di una migliorabile qualità della vita.

In conclusione è possibile affermare dunque che le metafore concettuali e materiali non operano in un vuoto sociale o culturale, ma come dispositivi di retorica, come espressioni comuni, come concetti inconsapevoli e come interruttori materiali, gestiscono informazioni che regolano foucaultianamente reti di potenza, verità e conoscenza24. Le metafore sono incorporate in formazioni digressive, ovvero di deviazione del discorso, e sono perciò costitutive di certe visualizzazioni del mondo, della società, e del funzionamento di essa.

Tornando all’assunto di Baudrillard da cui siamo partiti, secondo cui Internet avrebbe assorbito il mondo della metafora, appare come sia, in realtà, la metafora la vera machina machinarum in grado di assorbire tutto, anche la Rete.

Note

1. “The cool universe of digitality has absorbed the world of metaphor and metonymy”. J. Baudrillard, Simulations, 1986.
2. M. van den Boomen, The Metaphor Thing, (http://www.vandenboomen.org/wiki/MetaphorThingPaper).
3. N. Klein, The Vision Thing, in «The Nation», 2000 (http://thenation.com/doc.mhtml?i=20000710&s=klein l.v. June 2004).

4. “…intricately and tightly linked to one another, much as «hotlinks» connect their websites on the Internet”. N. Klein, op. cit.
5. “The essence of metaphor is understanding and experiencing one kind of thing in terms of another… Metaphors are defined as cross- domain mappings, sets of conceptual correspondences of features and elements across conceptual domains, which can be stated in the formula: Y IS X, or TARGET-DOMAIN IS SOURCE-DOMAIN”. Cfr. G. Lakoff, The Contemporary Theory of Metaphor, in A. Ortony, Metaphor and Thought, Cambridge, 1993, pp. 202-251.

6. “In modern Athens, the vehicles of mass transportation are called metaphorai. To go to work or come home, one takes a «metaphor», a bus or a train. Stories could also take this noble name: every day, they traverse and organize places; they select and link them together; they make sentences and itineraries out of them. They are spatial trajectories”. M. (De Certeau, The Practice of Everyday Life. Berkeley, 1984).
Perciò, le metafore possono essere viste come trasferimento nel senso più ampio, di in un mix di trasporto e traduzione narrativa, di trasferimento spaziale e concettuale.
7. “We tend to structure the less concrete and inherently vaguer concepts in terms of more concrete concepts, which are more clearly delineated in our experience”. G. Lakoff – M. Johnson, Metaphors We Live By, Chicago, 1980, p. 112.
8. Osservate che la metafora qui è non solo metafora come figura poetica; Lakoff e Johnson hanno evidenziato radicalmente come i concetti metaforici sono molto diffusi nella vita giornaliera e come essi incornicino interamente le nostre azioni, i nostri pensieri e le nostre espressioni linguistiche, in un sistema però non sempre compatibile e coerente.

9. Cfr. M. van den Boomen, The Metaphor Thing, (http://www.vandenboomen.org/wiki/MetaphorThingPaper).

10. “…is also shaping the movement in its own image”. N. Klein, op.cit.
11. “…sparse bureaucracy and minimal hierarchy”. N. Klein, op.cit.
12. “…mirrors the organic, decentralised, interlinked pathways of the Internet – the Internet come to life”. N. Klein, op. cit.

13. “Metaphor is primarily a matter of thought and action and only derivatively a matter of language”G. Lakoff – M. Johnson, Metaphors We Live By, Chicago 1980, p. 153.
14. “…self-fulfilling prophecies”. Ibi, p. 156.
15. N.K. Hayles, Writing Machines. Cambridge (Massachussets) 2002, p.22.

16. T. Rohrer, Conceptual Blending on the Information Highway. How Metaphorical Inferences Work, in «International Cognitive Linguistics Conference 1995 Proceedings», 1997.
17. M. van den Boomen, De emergence van de biometafoor, in «I&I» 21 (5), pp. 8-9.

18. B. Latour, Science in Action: How to Follow Scientists and Engineers Through Society, Cambridge (Massachussets), 1987.

19. Cfr. G. Lakoff – M. Johnson, Metaphors We Live By, Chicago, 1980.

20. A. R. Galloway, Protocol: How Control Exists After Decentralization, Cambridge (Massachussets), 2004, p. 27.

21. N. Minar, (2001), Distributed Systems Topologies, Part 1, in «O’Reilly Articles OpenP2P.com», 2001 (http://www.openp2p.com/pub/a/p2p/2001/12/14/topologies_one.html l.v. June 2004).

22. N. Minar, (2001), Distributed Systems Topologies, Part 1, in «O’Reilly Articles OpenP2P.com», 2001 (http://www.openp2p.com/pub/a/p2p/2001/12/14/topologies_one.html l.v. June 2004).

23. N. Minar, Distributed Systems Topologies, Part 2, in «O’Reilly Articles OpenP2P.com», 2002 (http://www.openp2p.com/pub/a/p2p/2002/01/08/p2p_topologies_pt2.html l.v. June 2004).

24. M. Foucault, Power/Knowledge: Selected interviews and other writings 1972-1977. New York, 1980.

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