La falsa coscienza. Saggio sulla reificazione, Joseph Gabel – 1962

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Nel 1962 Joseph Gabel, psicopatologo ungherese, si incarica di indagare il fenomeno della “falsa coscienza”. Engels ne aveva tracciato il profilo considerandola caratteristica del pensiero ideologico, in quanto è falsa la coscienza di colui che, pensando, resta ignaro, o rimuove, le “vere forze motrici che lo muovono” ed in luogo di esse immagina forze motrici apparenti mentre quelle reali gli rimangono sconosciute.

Attraverso la lente della falsa coscienza i conflitti appaiono, così, esplicati attraverso rappresentazioni e idee ,e in effetti si può avere una inflorescenza ideologica a partire dalla falsa coscienza e, viceversa, una inoculazione nella falsa coscienza di una ideologia. Oppure ancora una falsa coscienza può non raggiungere la sistemicità dell’ideologia. Esempio paradigmatico delle torsioni e deformazioni che in questi passaggi tra i due piani si possono verificare, è la coscienza razzista e antisemita, che, da un lato, avendo una base biologica, nega la Storia mentre, dall’altro lato, l’ideologia antisemita, elaborando una pseudo-storia, che avrebbe come fondale il complottismo giudeo, “invece di spiegare l’ebreo con la Storia, pretende di spiegare la Storia con l’ebreo”.

Proprio il rapporto con la Storia rappresenta il fulcro dell’indagine di Gabel: la tesi fondamentale dell’opera vuole, infatti, che falsa coscienza e ideologia siano accomunate dall’essere “due forme di comprensione non dialettica, reificata, di realtà dialettiche, in altri termini due aspetti (o meglio due gradi) di rifiuto della dialettica”.

L’originalità della prospettiva di Gabel consiste propriamente nell’identificazione peculiare delle categorie di reificazione e assenza di dialettica. Già Marx aveva inteso la reificazione come quel processo, tipicamente capitalistico, di falsa coscienza secondo il quale i rapporti tra uomini appaiono invece come rapporti tra cose, ovvero tra merci. L’allargamento dello spettro analitico della categoria si deve, però, a Lukàcs, che, nel saggio “La reificazione e la coscienza del proletariato”, riconobbe come nella società capitalistica i processi reificanti si fossero fatti dominanti al punto da coinvolgere l’orizzonte intellettuale e gnoseologico di singoli e gruppi. Il prodotto di questa “falsa coscienza” sarebbe un mondo inteso e compreso come un caleidoscopio fantasmatico di oggetti prodotti, riprodotti, scambiati, consumati, ovvero una “realtà” come appare ad una coscienza resa falsa dall’incitamento e dall’incardinamento nell’ideologia del profitto.

L’”immagine dell’intero”, che rappresentava secondo il Lukacs di “Storia e coscienza di classe” la caratteristica della dialettica, ovvero la categoria della totalità delle forme libere e aperte di pensiero e azione, svaniva così sopraffatta dall’elemento schematico, ripetitivo, immediato, funzionale, misurabile e quantitativo. Questo, secondo Lukacs, il nesso tra reificazione e perdita del senso dialettico. Il senso della Storia in questo quadro si ottunde, decadendo da un movimento essenzialmente temporalizzato ad una persistenza spazializzata, in cui il dinamismo trasformativo decade ad estensione meccanica e cumulativa. La reificazione è così una forma di de-dialettizzazione, cioè una condizione di scotomizzazione della realtà in quanto Storia, una solidificazione che ad essa sottrae il senso di realtà che le è più proprio; l’essere, cioè, realtà storica. Attraversando la distinzione di Mannheim tra versione parziale e totale dell’ideologia, Gabel afferma in tal senso che, ad esempio, l’utopia, nonostante la sua carica positiva al cambiamento, partecipi anch’essa alla falsa coscienza in quanto reificazione dell’avvenire, ovvero della negazione, nel futuro utopico, del carattere fondativamente dialettico del movimento storico.

All’interno di questa cornice categoriale, Gabel opera accostando analisi tratte da un lato dalla realtà socioculturale e dall’altro dall’esperienza psichiatrica, lasciando emergere la tesi di fondo del suo “Saggio sulla reificazione”: esiterebbero continuità ed omologia tra gli epifenomeni della falsa coscienza e le manifestazioni schizofreniche, sostanziate nella comune radice nel “dramma dialettico dell’alienazione”. Lo schizofrenico, infatti, assumerebbe una postura di “razionalismo morboso”, in cui, cioè, il rapporto soggetto/oggetto risulterebbe profondamente turbato, per sfuggire alla quale invocherebbe a compensazione elusiva l’identificazione antidialettica, la spazializzazione e le caratteristiche forme deliranti. L’elemento presago di fruttuosi sviluppi di ricerca, a parere di Gabel, consiste nella diagnosi di questa duplicazione a livello intellettuale della razionalizzazione produttivistica del sistema tipica dell’ideologia positivistica di cui è alfiere la borghesia. L’intercambiabilità degli uomini che prelude a quella delle parti della catena, la divisione del lavoro e la sua parcellizzazione, si ritrovano riproposti nel sigillo epistemologico del metodo analitico e classificatorio della scienza. Le stesse istituzioni pubbliche e private non farebbero altro che assumere le architetture sociali del sistema fabbrica con il suo carico di autoritarismo, burocratizzazione piramidale e funzionalismo gerarchico. La differenza genera l’esclusione laddove l’individualità libera e originale non si dimostri invece eventualmente utile. L’elemento della negazione e dell’opposizione viene considerato sovversivo e quindi silenziato nell’unidimensionalità marcusiana.

Secondo Gabel, negli anni di pubblicazione della sua opera più famosa, due erano gli esempi più eclatanti di falsa coscienza: lo stalinismo e il razzismo. Entrambi testimoniano come la “falsa coscienza” sia una “minaccia [per] la nostra vita quotidiana e può all’occorrenza trasformarsi in tragedia”.

Gabel non si pone problemi di ortodossia, anzi dichiara esplicitamente che tanto il marxismo teorico è essenzialmente critica della falsa coscienza, quanto il marxismo politico è inaggirabilmente falsa coscienza. Ma non solo: questa condizione è corollario di ogni azione politica concreta sotto forma di ideologia e/o di utopia. La prassi, infatti, può essere efficace quanto più è dialettica, mentre la politica è ostaggio della persuasione collettiva che necessariamente reifica e dedialettizza. Gabel quindi si impegna a rinvenire il contenuto concreto del dramma, dialettico, dell’alienazione per rispondere alla denuncia di Merlau-Ponty dell’assenza di una teoria marxista della coscienza: ebbene questo contenuto concreto viene fornito dalla psicopatologia proprio all’intersezione tra coscienza morbosa e falsa coscienza. Da un lato la schizofrenia, infatti, non sarebbe altro se non una coscienza reificata in cui esistenzialmente e intellettualmente prassi e funzioni si degradano dedialettizzandosi. Dall’altro la falsa coscienza non sarebbe altro che la forma sociale del razionalismo morboso, cioè schizofrenico, tanto quanto l’alterazione schizofrenica non sarebbe altro che una forma individuale di falsa coscienza sociale. Clinica o sociale che sia, sia nella sua accezione marxista o psichiatrica, l’alienazione come commessura del parallelismo socio-patologico, ammonisce Gabel, ha come “ambito di validità per eccellenza […] senza dubbio la chiarificazione del problema della mentalità totalitaria”.

Un’analisi, o forse un’impresa, quella di Gabel, che lungi dall’essere prestazione apologetica del marxismo, ne smaschera l’ideologizzazione proprio nella reificazione dei propri fini, imputabile alla sua trasformazione in dottrina politica. Marx, quindi, interessa qui esclusivamente in quanto precursore degli studi sul “pensiero delirante”: esiste certamente una psichiatria animale, ma solo l’uomo è capace di delirare, nella stessa misura in cui può attingere a una dimensione autentica della coscienza come superamento dialettico della falsa coscienza. Questo approdo, l’autenticità coscienziale, non rappresenta, bergsonianamente, un dato immediato, quanto piuttosto una conquista di cui la maturità individuale rappresenta il frutto. Il problema della falsa coscienza è perentoriamente secondo Gabel talmente cruciale nella teoria marxista da rappresentarne il nucleo fondativo e generativo della totalità di tutti i problemi affrontati dal marxismo. In questo senso Gabel ritiene legittima la propria operazione in quanto una teoria marxista del pensiero delirante non ne rappresenta un uso esterno rispetto ad un problema scientifico – come ad esempio può valere per “materialismo dialettico e matematica” -, quanto l’esplicazione dell’essenza stessa del marxismo: in quanto critica dell’ideologia, il marxismo è già da sempre una teoria del pensiero delirante. Del marxismo, in effetti, nella teoria economica, restano pochi elementi validi. La dottrina dell’alienazione si propone quindi come la parte viva del sistema marxiano, come confermano l’analisi della mentalità totalitaria e della realtà schizofrenica.

Per disinnescare le ambiguità della teoria dell’alienazione nella duplice accezione filosofica e psichiatrica, va innanzitutto chiarito il rapporto tra falsa coscienza e ideologia a partire dall’evoluzione semantica di ideologia, sempre peggiorativa in Marx ed Engels e depurata da Lenin in poi. Per Engels, in ogni caso, “l’ideologia è un processo che viene bensì compiuto dal cosiddetto pensatore con coscienza, ma con una falsa coscienza”. Se dunque l’ideologia deriva dalla falsa coscienza non è però vero il contrario: la falsa coscienza razzista, ad esempio, esisteva ben prima di elaborarne un’espressione ideologica.

Il concetto di alienazione trova una formulazione finalmente coerente, secondo Gabel, in “Storia e coscienza di classe”, ed in particolare l’incidenza dell’alienazione nella teoria della reificazione di Lukacs rivela come non si possano separare la questione della struttura dialettica dell’esistenza e del pensiero dal problema dell’alienazione: “si è alienati nella misura in cui si abbandona il terreno della dialettica”. La categoria della totalità concreta e la dialettica soggetto/oggetto decadrebbero in quel caso a alienazione. Per Lukacs questa reificazione coincide con una spazializzazione e una svalorizzazione: disalienazione significa pertanto riattualizzare la temporalizzazone e la valorizzazione. In Lukacs è, così, per inciso, possibile rinvenire una vera filosofia esistenziale e anche una assiologia dell’azione storica, come a dire che l’alienazione è anche – se non soprattutto – una crisi dei valori. La coscienza razzista, in questo senso e contesto, è una forma tipica di falsa coscienza perché dà diritto di cittadinanza a un modo d’essere sociale e dunque storico e transitorio, ma anche perché assume una visione reificante dell’avversario razziale. A partire quindi dal concetto di reificazione mutuato da Lukacs, ovvero una forma di esistenza non dialettica, Gabel diagnostica falsa coscienza e ideologia come due fenomeni di carattere schizofrenico. La falsa coscienza razzista rappresenta una comprensione non dialettica di una realtà dialettica, secondo l’avvertenza lukacsiana per cui “il dramma dell’alienazione è dialettico”. La falsa coscienza è una condizione mentale diffusa; l’ideologia è una cristallizzazione teorica (quest’ultima non è necessariamente ipso facto falsa). Haekel, presumeva, ad esempio, ed una intera generazione di scienziati con lui dopo la lettura di Darwin e Lyell, di poter pronunciare l’ultima parola della scienza dissolvendo appunto il Wetltraetsel, l’enigma del mondo. Ma mentre questa concezione è palesemente di origine sociale, derivata dalla considerazione dell’edificio della scienza tedesca, questo condizionamento sociologico non impedisce di considerare le scoperte haekeliane come cruciali sul piano scientifico. Così come dunque la psicopatologia distingue errore e delirio, allo stesso modo si deve distinguere tra falsa coscienza ed errore scientifico (anche se una coscienza adeguata all’essere ha, fatalmente, una maggiore probabilità epistemologica relativa). Un economista, è l’esempio di Gabel, che considerasse eterne le leggi di validità storica del capitalismo, avrebbe una falsa coscienza nei loro confronti, ma non di meno, in questo quadro, potrebbe scoprire elementi validi dal punto di vista dell’analisi delle leggi che concernono la crisi capitalistica. Secondo l’analisi di Marx, il carattere relazionale cioè interumano, storico, relativo, transitorio, dialettico della realtà è mascherato dalla materialità del capitale, che attraverso una “sostanzialità fantasmatica” costringe l’uomo è a vivere in un mondo inumano, come lo Joseph K. in Der Prozess a cui Gabel dedica lo studio “Kafka romanziere dell’alienazione”.

Tuttavia l’esempio paradigmatico della falsa coscienza resta la coscienza razzista, ad esempio antisemita, proprio in virtù di un duplice aspetto. Da un lato infatti essa reifica l’immagine dell’avversario razziale, l’Ebreo, destoricizzando (dedialettizzando) e naturalizzando delle particolarità “razziali” che in realtà sono prodotto storico. Nella prospettiva lukacsiana, così come la reificazione economica considera naturali e dunque extrastoriche le leggi del capitalismo che sono in realtà interumane e dunque storiche, così l’etnocentrismo vede, ad esempio, nell’inferiorità intellettuale attribuita ai negri, che, ove esista, resta un prodotto storico e sociale, una legge della natura, quando non giunge persino a scorgervi un decreto divino nella forma della noachica “maledizione di Cam”. Secondo la medesima matrice opererebbe la coscienza antisemita, secondo la quale l’avidità di denaro attribuita agli ebrei, insindacabilmente un prodotto storico della condizione di esistenza nel ghetto e che non si riscontra in alcun modo nell’intellettuale integrato, deriverebbe da una legge naturale: da un lato quindi la coscienza razzista nega la Storia, ma dall’altro l’ideologia razzista riedifica su tale Storia negata (reificata) una pseudo-storia che “invece di spiegare l’ebreo con la storia, pretende di spiegare la Storia con l’ebreo”.

La misura di quanto la costruzione dell’ideologia razzista corrisponda al concetto di schizofrenizzazione legata alla falsa coscienza è dato infatti dalla particolare forma di etnocentrismo, ovvero di egocentrismo collettivo, rappresentata dal razzismo antisemita. L’immagine dell’ebreo è infatti icona reificata del “mondo ostile”, incarna cioè una realtà omogenea e dissociata: l’archetipo non solo è costruito in modo autistico senza nessun rapporto con la realtà (infischiandosene delle differenze sociali e/o nazionali), ma è anche assurdamente contraddittorio. L’ebreo infatti sarebbe dietro le mene e gli intrighi tanto del disfattismo pacifista quanto del cinismo militarista, tanto del socialismo dissolvitore quanto del capitalismo più protervo. Caratteristiche che esplicitano come l’archetipo etnocentrico stia agli antipodi della totalità dialettica concreta, la Storia, al punto da attribuire ad una razza considerata inferiore tutte le caratteristiche di volontà di potenza e preoccupazione della purezza razziale tipiche delle razze superiori. Si tratta quindi di un pensiero proiettivo che crea un universo avulso dalla realtà: “l’inconscio è il non strutturato”.

L’elemento di interesse della teoria di Gabel è il legame che è possibile tracciare tra pensiero autistico e prevalenza delle emozioni: l’identificazione autistica di una minoranza con il male, ne autorizza la denigrazione fino al linciaggio. Questa percezione delirante della minoranza razziale da parte dell’etnocentrismo è schizofrenica in molti modi, tra i quali spicca l’attribuzione di “proprietà essenziali”: la comprensione razzista dicotomizza il rappresentante della minoranza sino alla “spersonalizzazione reificazionale” il cui precipitato è la caricatura. Questa difformità dallo schema reificazionale mette la maggioranza sulla difensiva, impedendo di adattare la percezione al reale ed invece assimilando la realtà alla propria percezione in una forma limpida di pensiero delirante paranoide. Sotto la maschera della percezione essenzialista, cioè, il delirante percepisce i propri stati d’animo: la sua percezione si diparte dall’omogeneità della propria convinzione anziché aver di mira l’eterogeneità concreta del reale. Il non-valore dell’altro è uniforme e non riconosce “circostanze attenuanti”. Non solo: il razzista esige che l’altro (il negro, l’ebreo) rispetti le illusioni di superiorità del suo avversario. Meglio non mostrarsi troppo brillanti o troppo coraggiosi: il riferimento, esplicito nel testo, è alla condizione dell’afroamericani nel Sud degli Stati Uniti e alla popolazione ebrea sotto il terzo Reich.

Cinquant’anni prima dell’abissale avventura politica del razzismo tedesco, August Weismann e i suoi epigoni avevano palesato la natura doppiamente antidialettica del darwinismo sociale: da un lato il weismannismo non contempla il salto qualitativo tra la forma di vita animale e quella umana, che comporta tra l’altro la creazione di valori; dall’altro, trasformando la discendenza germinale in una entità metafisica, ovvero extrastorica, extradialettica, extratemporale le attribuisce il ruolo di sostrato di ogni valore. Nel “valore” stesso della razza spersonalizzazione ed alienazione (in coloro che ne sono i portatori) risultano affratellate, proprio come avviene nella psichiatria clinica.

In effetti a partire dal fondamento dal darwinismo sociale, il razzismo postula un punto d’origine eminentemente antidialettico quale l’identità tra mondo organico e universo sociale. In altri termini l’identificazione organico-sociale intende le leggi umane della società in una scala sovraumana inaccessibile all’azione degli uomini, celate cioè dall’involucro della natura. In quanto concezione reificazionale, dal punto di vista sociologico, invece, il razzismo fraintende gli eventi e ignora la vera Storia: l’etnocentrismo illumina la Storia al fuoco fatuo di una preistoria permanente che ne alimenta l’illusione di storicizzazione. In questo contesto ideologico la Storia, lungi dall’essere una qualsiasi forma di progressione se non progresso, non è altro che il tentativo di ricollocare al livello gerarchico che gli è proprio un valore dato a priori. Questa proiezione del dato interumano sul naturale fa da contraltare alla passività del soggetto portatore dello pseudovalore razziale, condensata nell’alienzaione che gli deriva dal non essere egli stesso valore della propria attività: l’autentico significato di questa forma di alienazione deriva dall’eteronomia del suo riferimento assiologico, il “valore” della razza, dal quale, in quanto soggetto che passivamente può solo evitarne la contaminazione, l’individuo risulta strutturalmente dissociato.

Per tornare all’esempio dell’antisemitismo, un atteggiamento palesemente etnocentrico, va sottolineato come in esso emerga l’aspetto antidialettico della dicotomizzazione rigida dell’universo umano in “gruppo interno” e “gruppo esterno”. I membri di quest’ultimo sono il prodotto di un procedimento soggettivo a priori, e non empirico a posteriori, ovvero di una omogeneizzazione stereotipata e essenzialista. Ecco perché questo atteggiamento è totalmente impermeabile all’argomentazione, poiché la falsa coscienza razzista non si fonda su ragionamenti ma su un atteggiamento emozionale, che le impedisce di percepire perfettamente la natura reale delle frustrazioni da cui deriva. L’oggetto della falsa coscienza razzista non solo è pensato come simbolo, e non come individuo, ma l’uomo stesso viene degradato al rango di valore utilitario, come nella tragica espressione concentrazionaria.

Proprio l’uso dei concetti clinici in psicologia politica rivela qui la propria utilità: senza l’apporto della psicopatologia, il fatto totalitario rimarrebbe infatti ancora più oscuro.

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