Per una “forma partito” lontana da elitismo e demagogia.

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Le concrezioni attuali assunte dalle organizzazioni partitiche si trovano ad aver accumulato una corposa pars destruens rispetto alla quale risulta premessa euristicamente significativa rinvenire una versione apofatica della proposta di partito “altro”, lasciandola emergere dal duplice negativo con cui contrasta. Elitismo e demagogia, appunto, in quanto tendenze dello sviluppo della forma partito embrionali ed enantiodromiche. Entrambe, cioè, congenite ed apparentemente opposte, che denunciano, però, straordinaria attualità e significative tangenze nel loro spettro di assorbimento, specie negli effetti perversi che producono nella prassi politica.

Questo rinvenimento del duplice sfondo inapparente su cui un progetto di partito “altro” gestalticamente si possa stagliare, può essere condotto lasciandolo reagire con la cristallizzazione delle opposte matrici originarie, in due opere diverse e distanti: “La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia: saggio sociologicodi Robert Michels e “Manuel du demagogue” di Raoul Frary. Entrambe, in virtù dell’ablazione del tempo, ormai spogliate delle inaggirabili incrostazioni dell’epoca che ne fu levatrice[1], incarnano, rilette oggi, modelli archetipali, in cui era già preconizzata la polarità di sviluppo divergente della «forma partito» a cui una elaborazione “altra” ambisca a sfuggire.

Da un lato essa mirerebbe a smarcarsi dalla tendenza degenerativa della struttura partitica, icasticamente formulata già nel 1910 neLa democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia: saggio sociologico[2] da Roberto Michels nel famoso cartiglio «Chi dice organizzazione, dice tendenza all’oligarchia»: la tendenza nelle formazioni politiche all’impermeabilizzazione attraverso la burocrazia e alla conservazione e sopravvivenza del proprio nucleo dirigente, inibendo l’accesso agli elementi innovatori, surrogando il reclutamento a cooptazione e favorendo una morfologia di partito verticale-gerarchico, rispetto ad una orizzontale-condivisivo, che con formula bruta potremmo categorizzare come chiuso/solido.

Sull’altro versante quanto questo progetto di partito si dovrebbe sottrarre alle tendenze destrutturanti e dissolventi al lavoro nella forma di partito aperto/liquido, può esemplarmente essere illustrato dal raffronto con l’opera del 1884 di Raoul Frary, “Manuel du demagogue”, che fu bestseller dell’epoca[3], in cui si esplicitano con atteggiamento understatement, i tratti definitori del plesso semantico demagogia[4], ovvero la torsione a cui è originariamente sottoposta la leadership, allorché alla capacità di tratteggiare linee orientate verso scenari condivisi, alimentati dal propellente psichico della partecipazione, si sostituiscano, a causa della diluizione del potere conseguente all’estensione della base elettorale, tecniche di persuasione forzatamente finalizzate all’autoconservazione, che rendono la leadership ostaggio del consenso, quando non proclive al rinforzo strumentale di risentiti atteggiamenti reattivi nei confronti degli apparati partitici e statuali.

I due modelli possono stilizzatamente rimandare alla relazione luhmanniana sistema-ambente[5]: il partito può essere concepito come una unità concreta costituita da una complessità interna che intrattiene relazioni con se stessa e con il proprio ambiente, ed i modelli organizzativi, burocratico-oligarchico o liquido-demagogico, si situano agli estremi della diversa configurazione che queste relazioni assumono e dalle quali questa proposta si vuole differenziare.

I due riferimenti evidenziano categorie che consentono di sussumere la contingenza storica in cui si situa la proposta , caratterizzata com’è, da un lato, dalla crisi politica, ad esempio, italiana, che riproduce coattivamente una crisi di sistema, un bradisismo costituzionale che i partiti, per la loro morfologia, al presente inanemente cercano di agire, ritrovandosi, invece, a subire; dall’altro, dalla forza potenzialmente erosiva e dissolvitrice delle nuove forme di mobilitazione e di suffragio garantite dalla Rete. Nel caso dell’elitismo si hanno intensione massima delle prerogative, se non delle competenze, ed estensione minima della condivisione del potere; nel caso della demagogia, massima estensione della gestione del potere e minima intensione dei requisiti selettivi nell’esercizio del potere stesso.

Nelle formazioni partitiche oligarchiche, infatti, il vincolo configura, in una crescente autoreferenzialità, la pressoché totale indipendenza decisionale dei delegati dai deleganti. Nel caso della versione demagogica, il rapporto risulta invertito sino all’invocazione del principio del mandato imperativo nei confronti dei delegati e della loro revocabilità da parte dei deleganti.

In entrambi i casi è quel vincolo di fiducia, che per sua stessa natura risulta ineludibile, ad essere soppresso: nel primo caso, attraverso l’indisponibilità dei delegati a rendersi passibili del controllo, impermeabilizzandosi alle istanze dell’ambiente ed esponendosi così alla degenerazione dovuta all’incapacità di adattarsi a mutate condizioni di esistenza; nel secondo caso, sostituendo la responsabilità, solidale con il mandato, con il controllo diretto dei delegati, rendendo, così, superflua la selezione degli attori dell’azione politica e portando alla liquefazione del partito, il cui ambito di intervento viene agito da coloro che in esso erano in origine chiamati ad essere rappresentati.

La versione oligarchico-burocratica privilegia, dunque, i fattori replicativi-conservativi, poiché, per le élites, la sopravvivenza del partito tende ad identificarsi con la sussistenza della classe dirigente stessa, deprimendo, quando non inibendo, i fattori degenerativi, «traumatici», opimi, però, di potenzialità innovatrici: un sistema che rifugga l’ibridazione e la contaminazione, risulta sfasato nel proprio tempo agogico rispetto al mutare dell’ambiente, poiché silenzia quella dimensione epigenetica[6] dell’evoluzione, quel corredo identitario e operativo, di valori e di pratiche, che pur provenendo da mutazioni contingenti, storiche e generazionali, può essere incorporato e reso trasmissibile, plasmando in senso maggiormente adattivo il sistema partito e conservandolo vitale.

La versione liquida-demagogica diluisce, al contrario, il partito come presidio della vita genuinamente democratica, vocato alla determinazione dell’azione governamentale, deprimendo il riferimento alla competenza e sostituendolo con quello della maggioranza. Il modello di sovranità popolare così inteso, sfruttando le modalità tecnologiche di estensione e serialità del suffragio, depotenzia la funzione di riflessione, elaborazione ed indirizzo che non può prestarsi ad essere dibattuta in modo pertinente ed esaustivo dalla totalità del corpo elettorale. Questa concezione egualitarista non è ingenuamente obliosa della non identità tra autori e soggetti della legge, essendo i primi il popolo, ed i secondi, la maggioranza: viene meno di conseguenza la funzione selettiva-sintetica del partito, che non può se non degenerare nel tentativo di ricondurre le libertà individuali alla volontà generale, flirtando con la confusione di ascendenza roussoviana tra libertà civile e libertà politica, con il potenziale pernicioso asservimento della prima alla seconda.

Il partito chiuso/solido tende a minimizzare la relazione tra gli elementi interni al sistema partito e l’ambiente, e a massimizzare la relazione degli elementi interni al sistema partito tra loro. Nel partito aperto/liquido, invece, gli elementi esterni al sistema partito tendono a sostituirsi agli elementi interni, ma non intrattengono relazioni tra loro, se non nella forma consentita dalla tecnologia e dalle modalità della Rete e dei “social”, affatto esenti da controlli procedurali, non situate, non necessariamente in sincronia e riferite agli utenti in modo puntiforme: attributi per nulla secondari quando afferiscono al concetto di comunità.

Secondo la tendenza di entrambi i modelli, a uscirne deturpata è la fisionomia dello Stato: l’esito partititocratico, promuovendo la superfetazione dell’apparato statale, l’ambiente da cui esclusivamente attingere risorse, senza generare ripristino; l’identificazione dello Stato con il popolo, nel giacobinismo di ritorno, mortificando la funzione dei «copri intermedi», agenti principali della riduzione della complessità dell’ambiente necessaria all’efficacia dell’azione dei sistemi, facendo in tal modo saltare la riconducibilità della Costituzione materiale a quella positiva.

In una forma di partito “altra” si vorrebbero invece preservare da un lato gli elementi di conservazione della struttura della versione solida del partito, eliminandone gli elementi di chiusura, e dall’altro si ripropone di catalizzare la dimensione aperta alla contaminazione ed all’innovazione, della versione liquida, evitando la diluizione delle competenze in una mobilitazione tecnologica perniciosamente mediata. Un partito aperto/solido, dunque, mondato dalla vocazione parassitaria e pragmaticamente isomorfo rispetto alle buone pratiche in atto sul territorio, i cui esiti di buon governo, ancorati alla deduzione costituzionale dei principi indentitari e programmatici, siano stocasticamente[7] imprevedibili perché aperti al processo evolutivo innescato dal confronto tanto informato quanto aperto, di cui il partito, qui più auspicato che preconizzato, vorrebbe essere mallevadore.

[1] Sia che si tratti di considerare la condizione del partito socialdemocratico tedesco nella fase primigenia dell’organizzazione partitica di inizio secolo, sia che si tratti di prendere in esame gli effetti germinali del suffragio universale nella Francia della III Repubblica, non ne va, dunque, tanto delle incommensurabili differenze dei diversi contesti in riferimento allo scenario attuale.

[2] «Chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia». R. Michels, La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia: saggio sociologico, Roma 1910.

[3] Già Gustave Vapereau, nel suo Dictionnaire universel des contemporaines (Paris 1858-1895), riconobbe, sotto forma di apologo sottile quanto corrosivo dell’educazione di un giovane aspirante politico, una critica feroce al suffragio universale, reintrodotto in Francia dalle leggi costituzionali del 1875, ed al quale, non a caso, plaudirà negli anni ’30, come capolavoro misconosciuto, la rivista culturale conservatrice vicina all’antidemocratismo di Action francaise, riunitasi attorno al nome di Fustel de Coulange, lo storico francese a cui Durkheim dedicherà la propria tesi. Cfr. G. Cantecor, Un chef-d’oeuvre méconnu: “le Manuel du démagogue” par Raoul Frary [1884], in Cahiers du Cercle Fustel de Coulanges, cahier 4e, année, 3, février 1932.

[4] Cfr, R. Bodei, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, Milano 2002.

[5] N. Luhmann, Soziale Systeme. Grundriße einer allgemeinen Theorie, Frankfurt 1984.

[6] E. Tiezzi, Steps Towards an Evolutionary Physics, Southampton 2006.

[7] Stokazomai significa in effetti in greco «mirare con l’arco verso il bersaglio»: nel caso in cui una serie di eventi combini una componente casuale con un processo selettivo, cosicché solo alcuni eventi possano riprodursi, questa serie può essere definita stocastica, così come le frecce che raggiungono il bersaglio in ordine sparso, ma tutte dirette dall’arciere verso il centro. Cfr. G. Bateson, Mind and Nature: a Necessary Unity, London 1979.

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